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Giugno 2024
La colpa del romanzo: letteratura e morale
È ormai noto che, da almeno trent’anni, la teoria letteraria si è ribellata contro il demone che la constringeva ad opporsi al senso comune, per indagare sul rapporto che lega la letteratura al “mondo della vita [1]”. Anziché considerare l’opera letteraria un oggetto autonomo e privo di legami con il mondo esterno, la teoria letteraria riconosce ormai il suo statuto di opera aperta al dialogo con il lettore. Tale presa di coscienza ha favorito il diffondersi, in seno alle università statunitensi ed europee, delle cosiddette letture “morali” della letteratura, ovvero di interpretazioni volte a mettere in evidenza la capacità delle opere letterarie di suscitare una riflessione, da parte del lettore, su temi etici. Il rilevo, e il prestigio, che tali letture critiche hanno assunto nel corso degli anni ha spinto diversi autori a parlare di una “svolta etica” negli studi letterari. In un periodo storico come il nostro, caratterizzato da una forte polarizzazione delle opinioni, la fase etica della ricerca in letteratura è esposta al rischio di radicalizzazioni capaci di modificarne profondamente gli orientamenti orginari. Di fatto, dalle letture morali si è passati progressivamente alle letture moralizzatrici, le quali riprendono l’anatema platonico diretto contro la letteratura, quest’ultima ritenuta corrutrice morale della società. Il che ha un carattere paradossale: proprio nei luoghi in cui, più di ogni altro, si dovrebbe stimolare il gusto per la lettura e l’analisi dei testi, si promuove al contrario la censura e la riscrittura delle opere letterarie del passato. Cosciente della gravità della situazione, Paolo Tortonese, in La Faute au roman. Littérature et morale, intende scagliarsi contro le censure contemporanee, fare un bilancio della svolta etica negli studi umanistici, e suggerire qualche via d’uscita per delle future ricerche. La critica delle letture moralizzatrici contemporanee non deve tuttavia far pensare a un atteggiamento nostalgico dei cosiddetti approcci “estetizzanti” della letteratura, secondo cui l’esperienza letteraria differisce totalmente da altri tipi di esperienza, specialmente dall’esperienza quotidiana del lettore. Al contrario, l’approccio di P. Tortonese si iscrive nel filone delle letture morali della letteratura, che pur ammettendo il carattere singolare dell’esperienza letteraria, ne riconosce la capacità di proporre al lettore una “complessa pluralità di prospettive morali” (p. 25). La presa di distanza dalle tendenze attuali costituisce dunque, in realtà, una presa di posizione contro gli eccessi delle letture morali, a favore di un approccio equilibrato, che possa articolare le prospettive estetica ed etica. L’introduzione espone con chiarezza i termini della questione e insiste sulla gravità della situazione. Senza mezzi termini, P. Tortonese sostiene che la critica e la teoria letterarie contemporanee attraversano una fase oscurantista. L’autore sembra particolarmente preoccupato per i risvolti istituzionali che tale tendenza potrebbe provocare: “bisogna trovare qualcosa di nuovo, altrimenti il clima di censura avanzerà, e dei veri e propri divieti istituzionali si moltiplicheranno, dietro il pretesto di trigger warning o sotto altri pretesti” (p. 12). Peccato che in maniera alquanto sorprendente, la critica contro l’“ondata oscurantista” (p. 11) non sia stata ripresa e approfondita in altre sezioni del saggio. Per capire a chi P. Tortonese si riferisce, bisogna andare a leggere la critica rivolta a Tiphaine Samoyault, in un articolo pubblicato sul portale fabula.org [2], in seguito a un intervento di quest’ultima alla radio francese, a proposito di una nuova edizione delle opere di Roald Dahl. Secondo T. Samoyault, la pratica di riscrittura di testi letterari del passato costituisce da sempre una tendenza piuttosto comune, quindi non ci si deve stupire della volontà di certi editori di proporre delle nuove traduzioni. P. Tortonese ritiene aberrante voler difendere tali pratiche, poiché, innanzitutto, esse storicamente non costituiscono affatto la norma. Al contrario, da più di due secoli si difendono i diritti degli autori e si stabiliscono delle edizioni critiche dei testi letterari. Le pratiche di censura e di riscrittura contemporanee sarebbero l’espressione di un relativismo culturale per il quale tutte le interpretazioni si equivalgono e sono ammesse. In questo articolo, P. Tortonese insorge contro le tendenze contemporanee, ed espone vari argomenti a favore dello sviluppo dello spirito critico e dell’uso ponderato della contestualizzazione. Di tutto ciò non vi è traccia in La faute au roman. Littérature et morale. Il lettore che conosce la verve dell’autore riguardo certi temi non può che rimanere deluso della scelta di non aver quantomeno incluso l’articolo sopracitato all’interno del volume. Ci si interroga sulle ragioni di tale esclusione e della mancanza di una critica articolata delle pratiche di riscrittura e di censura attuali. Una di queste, può essere la volontà dell’autore di rispondere agli attacchi della censura volendo proporre, anziché una critica articolata, un primo bilancio dell’“ethical turn”, attraverso una ricostruzione della storia concettuale di tale tradizione, a cui è dedicato il primo capitolo, e alcune considerazioni sul rapporto tra letteratura e morale, partendo da due capisaldi della ricerca di P. Tortonese: l’analisi delle opere di Aristotele, a cui è dedicata la seconda sezione, e qualche “lettura morale” di alcuni capolavori dell’Ottocento, a cui è dedicata la terza e ultima sezione del volume. Tale scelta di temi fa pensare che l’autore desidera sopperire all’assenza di una critica approfondita volendo presentare, da un lato, una genealogia del problema, e, dall’altro, mostrando il buon esempio attraverso l’esercizio critico del metodo ermeneutico. Nella prima sezione del saggio, P. Tortonese ripercorre la storia concettuale dell’ethical turn, ponendo come punto di partenza la pubblicazione, nel 1987, del saggio di Wayne Booth The Company We Keep. W. Booth e Martha Nussbaum, entrambi colleghi all’Università di Chicago, si interrogano sul rapporto tra morale e letteratura prendendo spunto dall’opera di Aristotele. I due ricercatori arrivano però, secondo Tortonese, a delle conclusioni diverse: se W. Booth ritiene il giudizio morale del lettore costitutivo del rapporto di quest’ultimo con l’opera, M. Nussbaum, dal canto suo, mette in risalto il valore educativo della letteratura. P. Tortonese menziona anche l’etica paradossale dei post-strutturalisti, per i quali il fatto di contestare ogni morale precostituita costituisce il valore etico dell'approccio del lettore ai testi letterari, e le teorie di qualche precursore della svolta etica: Alasdair MacIntyre, Barbara Hardy, Hilary Putnam, Elizabeth Anscombe, Iris Murdoch, i quali esplorano il rapporto tra narrazione letteraria e il mondo dei valori, degli affetti e della conoscenza. La ricostruzione storica si conclude con l’analisi delle teorie di alcuni filosofi francesi, Vincent Descombes, Jacques Bouveresse e Pascal Engel, i quali sviluppano la loro riflessione a partire dalla distinzione aristotelica tra conoscenza pratica e conoscenza proposizionale. Questa panoramica possiede il merito di far dialogare pensatori francesi e statunitensi, mostrando la maniera in cui il pensiero degli uni arrichisce e completa la riflessione degli altri. Purtroppo P. Tortonese non mette in relazione la sua lettura della svolta etica con gli sviluppi attuali. Inoltre, l’autore sembra non prendere sufficientemente in considerazione il fatto che, ad eccezione degli autori post-strutturalisti, gli autori citati prendono tutti spunto dal pensiero aristotelico. Sono due omissioni importanti poiché il lettore si domanda in che modo si sia arrivati alla situazione attuale partendo da tali presupposti. Il neo-aristotelismo contiene in sé i germi dell’oscurantismo o le tendenze attuali possono essere considerate anti-aristoteliche ? O di tipo neo-platonico, come l’afferma, ad esempio, Guillaume Navaud [3] ? La prima sezione si conclude con qualche riflessione interessante sulla relazione tra l’azione dei personaggi letterari e la legge morale. P. Tortonese dimostra, in modo convincente, traendo spunto dalle considerazioni di alcuni autori come Balzac, che il mondo narrativo proiettato dalla finzione letteraria non necessariamente costituisce un mondo ideale dal punto di vista morale. Di rimando, il mondo della narrativa anti-idealista non può essere considerato un mondo sprovvisto di ogni principio etico. Queste due considerazioni si uniscono ad altre riguardo l’azione dei personaggi, che, come l’autore l’aveva già dimostrato in L’homme en action. La représentation littéraire d’Aristote à Zola (2013), rappresenta il fulcro narrativo di ogni romanzo. Tra l’azione dei personaggi e le motivazioni che li spingono ad agire, esiste spesso un divario che l’interpretazione del lettore tende a colmare tramite lo svilupparsi di una riflessione di stampo morale. La seconda sezione del saggio è dedicata alla deduzione, dal confronto tra diverse opere di Aristotele, di alcune piste interpretative a proposito del rapporto tra morale e letteratura. Secondo P. Tortonese, dietro la rigidità apparente del modello aristotelico della Poetica, per il quale ogni personaggio compie necessariamente delle azioni coerenti col proprio carattere (ethos), si cela un modello flessibile e articolato, che è possibile dedurre da un’analisi di altre opere del filosofo, specialmente dalle due Etiche. Aristotele mostra che non sempre il desiderio e la spontanea volontà coincidono: le due cose possono trovarsi in contrasto in diverse situazioni. Tale opposizione rivela un dilemma interiore, che P. Tortonese definisce “un conflitto tra parti dell’anima” (p. 133). Seguendo la stessa logica, Aristotele dimostra inoltre che il rimpianto che Edipo prova in seguito alla rivelazione del suo parricidio, manifesta la presenza di intenzioni contrastanti che ne hanno condizionato l’agire. Trattando diversi temi tra cui il rapporto tra virtù e felicità, desideri e conoscenza, disposizioni innate e abitudine, nell’opera di Aristotele, P. Tortonese dimostra come il pensiero dello Stagirita racchiuda una complessità capace di rinnovare la riflessione in critica letteraria. Il saggio si conclude con alcune “letture morali” di diverse opere letterarie dell’Ottocento. Attraverso l’interpretazione di alcuni passaggi tratti dalle opere di alcuni romanzieri, tra i quali Mary Shelley, Honoré de Balzac e Eugène Sue, P. Tortonese dimostra come all’interno di un romanzo si scontrino delle visioni del mondo spesso molto diverse tra loro. Di particolare interesse è la parte dedicata all’analisi di un passaggio tratto da Eugenie Grandet di Balzac: l’opinione secondo cui l’interesse e l’amor proprio siano due manifestazioni differenti dell’egoismo, difesa dallo stesso Balzac, serve da spunto a P. Tortonese per raccontare la trasformazione ideologica che è avvenuta nel corso del XVIIe secolo, durante il quale l’interesse individuale comincia ad essere considerato non tanto un vizio privato, quanto piuttosto una virtù pubblica. In questo modo P. Tortonese mette in luce la volontà di Balzac di andare in controtendenza rispetto alla morale dell’epoca, e di riprendere la visione moralista del Seicento. Queste riflessioni, insieme ad altre rivolte a evidenziare la molteplicità di prospettive presenti nelle opere letterarie dell’Ottocento, spingono il lettore a domandarsi come si possa voler censurare tali opere. Spiace che in questo capitolo, come in altre sezioni del saggio, P. Tortonese non faccia alcun riferimento agli argomenti difesi dagli “accusatori” del romanzo, tanto che la loro esistenza appaia al lettore quasi fantomatica: l’autore menziona solo tre persone nelle prime due pagine del saggio, una sua “simpatica” studentessa, un hater anonimo che lo ha criticato e il regista teatrale Leo Muscato a proposito della Carmen di Bizet. Inoltre, sarebbe stato interessante conoscere l’opinione di P. Tortonese a proposito di altri approcci critici, come quello adottato dalle autrici di Pour en finir avec la passion [4], Sarah Delale, Élodie Pinel e Marie-Pierre Tachet, pubblicato anch’esso nel 2023, che analizzano dei testi del passato, tra cui proprio le opere di alcuni romanzieri dell’Ottocento come Stendhal, partendo da una prospettiva lontana dalla sua e vicina al movimento femminista. In conclusione, La Faute au roman. Littérature et morale contiene diverse considerazioni interessanti sul rapporto tra letteratura e morale, e possiede il merito di prendere posizione, con chiarezza, contro la censura delle opere letterarie del passato. Peccato che la critica a coloro che P. Tortonese definisce “sinistri precettori vittoriani” (p. 11-12) rimanga essenzialmente sullo sfondo, tanto da far riflettere sulla pertinenza del titolo: alla fine della lettura, non si capisce quale sia la colpa del romanzo secondo i suoi detrattori. All’interno di un settore disciplinare che tende all’uniformità, come quello della teoria e della critica letteraria, ogni opinione diversa dalle altre è ben accetta: si spera che l’autore possa sviluppare più a lungo la sua critica in altre occasioni. Antonino Sorci Note [1] Die Lebenswelt, secondo la definizione di Edmund Husserl. [2] Paolo Tortonese, “Réécriture, lecture, censure”, Fabula, pubblicato il 19 marzo 2023, URL: https://www.fabula.org/actualites/113245/reecriture-lecture-censure-par-paolo-tortonese.html (consultato il 10 maggio 2024). [3] Guillaume Navaud, “Corriger / annuler / purger le mal dans la fiction : résurgence d’un platonisme anti-aristotélicien ? ”, intervento al seminario “Comment lire ?” di William Marx, 6 febbraio 2024, URL: https://www.college-de-france.fr/fr/agenda/seminaire/comment-lire/corriger-annuler-purger-le-mal-dans-la-fiction-resurgence-un-platonisme-anti-aristotelicien (consultato il 20 maggio 2024). [4] Elodie Pinel, Marie-Pierre Tachet, Sarah Delale, Pour en finir avec la passion. L’abus en littérature, Parigi, Éditions Amsterdam, 2023.