Recensioni Novembre 2024

Il pathos filosofico di Susan Taubes: fra nichilismo e speranza

Elliot R. Wolfson, professore emerito della cattedra di studi ebraici Marsha e Jay Glazer presso l’università di Santa Barbara in California, segna con The philosophical pathos of Susan Taubes. Between Nihilism and Hope (Stanford University Press) un punto di svolta nella diffusione del pensiero di Susan Taubes (1928-1969). Si tratta, infatti, della prima monografia in lingua inglese dedicata interamente alla filosofa di origini ebraiche, emigrata dall’Ungheria negli Stati Uniti nel 1939 e formatasi come filosofa della religione grazie al confronto con figure del calibro di Gershom Scholem, Paul Tillich, Albert Camus e Jacob Taubes. Del complicato rapporto coniugale di Susan Taubes con quest’ultimo si trova traccia nel romanzo Divorcing (Random House, New York 1969), pubblicato dall’autrice pochi giorni prima del suo suicidio. È anche alla ripubblicazione di questo romanzo, avvenuta negli Stati Uniti nel 2020, che si deve ricondurre il recente interesse per l’autrice. I motivi della rilevanza del libro di Wolfson, tuttavia, non si esauriscono nella sua novità: Wolfson, infatti, offre in questo volume una panoramica ampia e dettagliata dei nodi principali della riflessione di Susan Taubes. Un simile lavoro rappresenta un tassello fondamentale nel dibattito sui temi teologico politici, non solo perché riguarda la moglie di uno dei principali esponenti di questa tradizione. Il primo risultato del libro, infatti, consiste nel riconoscimento della rilevanza autonoma del pensiero di Susan Taubes, il cui rapporto con la riflessione del marito viene indagato a fondo e descritto da Wolfson nei termini di un’influenza reciproca e dialogica (p. 345). L’autore, oltre a ciò, dedica spazio alla dimensione teologico politica del pensiero di Susan Taubes, ad esempio mostrando la posizione da lei assunta nel dibattito sulla secolarizzazione (“In Limbo Neither Sacred nor Mundane: Secularization of the Theological”, pp. 88-100). Inoltre, la tensione messianica della filosofa, sebbene non affrontata in maniera organica, affiora a più riprese nel quadro di questioni più ampie quali il rapporto con l’ebraismo o la prossimità dello gnosticismo dell’autrice e del messianismo apocalittico di Jacob (p. 155-56). Il libro, data l’ancora esigua notorietà di Susan Taubes, è animato anche da un’attenzione per la sua biografia, che trova riscontro nei numerosi riferimenti al suo epistolario privato nonché nei frequenti confronti con le sue opere letterarie. Il ricorso a tali fonti, tuttavia, è adeguatamente giustificato dall’autore, che richiama il privato dell’autrice solamente in funzione di un chiarimento dei nodi più ostici del suo pensiero. Ciò viene chiarito da una dichiarazione programmatica di Wolfson: la metodologia da lui impiegata rispecchierà il concetto di universalità del personale (p. 28), nella convinzione che solo attraverso un attento scrutinio di quest’ultimo si possa condurre l’analisi delle più ampie questioni filosofiche e teologiche che lo studio del pensiero di Susan Taubes impone. Come si può notare già da questa nota sul metodo, l’autore fa utilizzo di figure sintattiche che consistono nell’accostamento ossimorico di due parole, volte a originare un effetto di paradossalità. Questo stilema, filo rosso della presente recensione, si rinviene in forma più decisa lungo il corso dell’intero libro e caratterizza i passi in cui l’autore intende condensare in formula una data dimensione del pensiero di Susan Taubes. Il peculiare rapporto dell’autrice con le proprie radici ebraiche – nonché la riformulazione che se ne rinviene nei suoi scritti pubblici e privati – viene riportato da Wolfson alla questione dell’universalismo ebraico e della sua missione messianica. Susan, infatti, nutre un certo sospetto per l’universalizzazione dell’ebraismo compiuta da Paolo, colpevole di aver oscurato la dimensione personale dell’esperienza di contatto con il divino (p. 27). Tale posizione, nota Wolfson, risuona con un tipico paradosso del mondo ebraico, specialmente in riferimento al suo ruolo messianico: “Israel’s election is justified by an exclusiveness inclusive of its own others, but the inclusiveness of this exclusiveness is contingent on the exclusiveness of its inclusiveness” (p. 27). L’evidente paradossalità di questo accostamento chiastico di opposti viene rilanciata dall’autore nella descrizione del paradigma “ipernomico” da lui formulato per dare conto dell’impasse esistenziale che coinvolge l’autrice, per la quale l’unico modo di rimanere ebrea consiste nell’abbandono dell’ebraismo (p. 21). Grazie a questo paradigma, “which is not indicative of an adolescent need to be recalcitrant but rather of the paradoxical understanding that obedience to the law demands its violation” (p. 302), l’autore spiega la propensione di Susan Taubes alla trasgressione deliberata delle regole halakhiche. La complessità della relazione di Susan Taubes con il mondo ebraico è ricondotta da Wolfson all’esperienza dell’emigrazione e, più in generale, al sentimento di esilio e alienazione che una giovane accademica ebrea poteva avvertire nei suoi frequenti spostamenti negli anni cinquanta. Come riassume Wolfson, “the homeland she could discover was in exile, but in such a homeland, one finds one’s place only by being displaced” (p. 9). La movimentata vita personale dell’autrice, tuttavia, funge solamente da supporto sul quale possono innestarsi le riflessioni sull’esser-gettato dell’essere umano, evidentemente ispirate dalla frequentazione dei testi di Heidegger. Secondo queste, come nota Wolfson ripetendo in ordine invertito due parole, “the life of exile is an exile from life wherein there is a continuous estrangement” (p. 41). Sulla condizione dell’essere umano nel cosmo, l’autrice elabora una propria visione che Wolfson sintetizza con la formula: “to be at home in the world is to be homeless, and thus the groundedness of being is ungrounded in the unground of being grounded” (p. 150). Come nota l’autore (p. 142), l’inospitalità del cosmo nei confronti dell’essere umano è il tema che Susan Taubes individua come centrale del pensiero gnostico. Al netto dell’ampiezza e profondità con cui il debito contratto dall’autrice nei confronti della tradizione gnostica è esaminato da Wolfson, ciò che in questa sede risulta rilevante sottolineare è che lo gnosticismo permette a Susan Taubes di affinare la sua dialettica negativa e il suo dialeteismo, unici strumenti teorici capaci di cogliere la condizione umana nella sua profondità. Questa è tale che “it can be expressed only as an upending of the law of noncontradiction whereby a proposition is true insofar as it is not true and, conversely, the same proposition is not true insofar as it is true. By this dialetheic logic, it is valid to profess that we are home to the extent that we are homeless” (p. 52). Grazie a questa citazione il tratto stilistico volto al paradosso di Wolfson smette di apparire come un semplice vezzo retorico e, al contrario, trova una giustificazione teorica. La ricorrenza di figure sintattiche paradossali e ossimoriche, costituite dall’inversione, dalla ripetizione e dall’accostamento di termini di significato distante se non opposto, si rivela particolarmente efficace – se non necessaria – ai fini della restituzione della paradossalità intrinseca e ineludibile del pensiero di Susan Taubes. Sotto queste formulazioni si cela, forse, il risultato più rilevante dell’intero volume, che consiste nella messa a fuoco della cifra più peculiare del pensiero di Susan Taubes. Il quadro che emerge vede l’autrice descritta come sospesa tra la speranza e il nichilismo, in uno spazio abitabile solo nella forma del paradosso dialeteico, nel tentativo di elaborare un’escatologia non-escatologica (p. 131) i cui contorni vengono definiti da Wolfson, in linea con quanto fin qui mostrato, nei termini di un ottimismo pessimista (p. 201). Francesco Scollo